LA STORIA
La chiesa sorge sul colle del Duomo, ritenuto il più antico nucleo abitato della città di Viterbo, già abitato fin dal tempo degli Etruschi. Ne sono un’eloquente testimonianza alcune pietre arcaiche di un antico pagus all’ingresso della piazza S. Lorenzo, ove oggi sorgono gli edifici più rappresentativi come il Palazzo dei Papi, la casa detta di Valentino della Pagnotta e la stessa Cattedrale. 

Il nome del pagus, piuttosto attivo nel V e IV secolo a.C., non ci è noto. Poteva essere Surna, riferito al dio degli inferi Suri la cui presenza veniva giustificata, secondo le credenze popolari, con le esalazioni sulfuree presenti in tutta la zona. 

Una tradizione non suffragata da documenti colloca sull’antico “castrum” un tempio pagano dedicato ad Ercole, come lo documenterebbero i fregi marmorei e i frammenti di iscrizioni rinvenuti nella seconda metà del secolo scorso.

La Vetus Urbs (la città vecchia) tornerà nella primitiva funzione di sicuro rifugio al tempo delle invasioni barbariche, per diventare il “Castrum Biterbi“, primo nucleo della nascente Viterbo Medievale. La Cattedrale sorge dunque sulle rovine di quel tempio pagano dedicato ad Ercole il cui ricordo è oggi emblematicamente presente nello sguardo “impietrito” del leone nemeo da lui ucciso che, insieme alla palma (conquistata a Ferento al termine di una storica battaglia nel 1172), è lo stemma della città.

I primi dati sulla chiesa, a quel tempo una semplice pieve, risalgono all’anno 805 in un documento del Regesto di Farfa “plebem S. Laurentii infra castrum quid dicitur Viterbium“. Il 1192 è l’anno ufficiale della consacrazione, quando la giovane città -è stata gratificata del titolo di Civitas solo da tre decenni dall’imperatore Federico Barbarossa- è eretta a sede di Diocesi affiancando la più antica sede di Tuscania.

Il periodo di massimo splendore coincide con la seconda metà del XIII sec., quando ospitò la corte pontificia e fu teatro di avvenimenti di rilevanza europea.

Ricordiamo per tutti l’anatema che Clemente IV nel giorno del giovedì Santo del 1268 scagliò contro gli Svevi, quando Corradino, l’ultimo degli Hohenstaufen, alla testa delle sue milizie apparve il 22 luglio di quell’anno all’orizzonte della sottostante piana del Bulicame, Clemente IV esprimerà la sua pietà per questo fanciullo “che se ne va come agnello condotto al sacrificio”. 

Alla seconda metà del XIV sec. si fa risalire la ricostruzione del campanile in forme gotico, scandito da quattro livelli di bifore e vivacizzato dalla bicromia bianca e grigia di acsendenza toscana, è concluso da una cuspide piramidale a base ottagona.

I lavori di ristrutturazione e ampliamento eseguiti nel XV-XVI sec. vedono protagonisti, tra gli altri, l’architetto viterbese Maestro Danese di Cecco, il vescovo Sebastiano Gualtiero e il card. Giovan Francesco De Gambara cui si deve anche il rifacimento dell’antica facciata romanica.

Ulteriori modifiche nella seconda metà del Seicento, porteranno all’occultamente, secondo la moda del tempo, delle ultime testimonianze della chiesa medioevale.

Gravemente danneggiata dalle incursioni aeree del maggio 1944, la cattedrale è stata restaurata ripristinando le antiche forme romaniche, chiudendo il “cappellone” dei Canonici dietro l’abside centrale e le cappelle laterali realizzate nella seconda metà del Cinquecento dall’architetto Ludovico Contorno.

Tra queste si impone all’attenzione l’ultima sulla navata sinistra conosciuta con la generica dedicazione alla Madonna, seguita a quella seicentesca ai santi Cristoforo e Giacomo, ritratti sui muri brevi della cappella. Inoltre la vota di copertura è dipinta nel secondo decennio del settecento con i ritratti di S. Rosa e della Beata Lucia da Narni, in un ardito scorcio architettonico prospettico opera di di Andrea Colli e del figlio Flavio.

La demolizione delle volte secentesche ha riportato alla luce le capriate del tetto, su una delle quali si legge: “Anno Domini MCCCCLX tempore pape Pii II hoc opus fecit magister Paulus Mattie et Santes“.

INTERNO
La chiesa di S. Lorenzo si presenta come il frutto di una lunga serie di interventi diversi che hanno notevolmente modificato il suo impianto originario romanico.

Particolarmente radicale l’intervento seguito al bombardamento del 1944 improntato ad una radicale concezione neo-medioevale che ha comportato l’eliminazione della volta barocca con la Gloria di s. Lorenzo dipinta da Urbano Romanelli e la tamponatura di otto delle dieci cappelle laterali realizzate nel Cinquecento.  

Attualmente l’edificio è articolato su un impianto basilicale scompartito in tre navate da due file di colonne che sostengono archi a tutto sesto. Questo sistema di supporti è quanto rimane del pregevole edificio eretto nel XII secolo: le basi rispondono al modello classico attico così come i raffinati capitelli, opera di diversi maestri intagliatori che si ispirano ai modelli corinzi o compositi, che alternano citazioni dall’antico -notevoli quelli con i delfini affrontati- a rielaborazioni in senso romanico -raffigurazioni di animali reali come le aquile o fantastici come le sfingi. 

Nella navata centrale, anche se molto rimaneggiato in un restauro del 1876 che ha portato alla sostituzione di molti dei suoi elementi lapidei, si conserva ancora l’originale pavimento cosmatesco. 

Nonostante i radicali interventi susseguitesi nel tempo l’antica cattedrale è ancora ricca di numerose testimonianze artistiche. Nella navata destra la prima cappella è dedicata a Santa Caterina, decorata da un pregevole ciclo affrescato articolato da una complessa architettura dipinta di gusto antiquariale dove compaiono la Vergine in trono col Bambino nell’episodio dello Sposalizio mistico di S. Caterina, una Santa (s. Agata?), S. Ambrogio e S. Pietro Martireai lati, S. Francesco e S. Bernardino, nel registro superiore.

Il milieu culturale dell’opera è peruginesco con forti inflessioni antoniazzesche, osservazione che unitamente ai modelli fisionomici portano ad attribuire questo ciclo ad Antonio del Massaro detto “Il Pastura”.

Il rosone che illumina la cappella è stato recuperato dalla antica facciata medioevale della chiesa. Da questa cappella si accede ad un secondo ambiente, la Cappella Bonaparte, in stato di abbandono, dove sono riuniti i resti della tomba di Letizia Bonaparte, cugina di Napoleone III (morta a Firenze nel 1871) raffigurata in un pregevole busto del celbre scultore senese Giovanni Duprè (1817-1882), oggi esposto nell’attiguo Museo del Colle del Duomo. 

Sempre nella navata destra si conserva il monumentale fonte battesimale in marmo, realizzato da Francesco d’Ancona (1470). Il tempietto a base triangolare sopra la tazza è sormontato da un cupolino coperto a finte lastre plumbee, le tre facce sono decorate in bassorilievo con le figure dei santi Giovanni Battista e dei due santi patroni di Viterbo Ilario e Valentino, rilievi che se pur coevi alla vasca si presentano con un intaglio meno elegante. Sulla parete si trova una tela con la raffigurazione della Decollazione di S. Giovanni Battista, opera di Anton Angelo Bonifazi. Seguono la Sacra Famiglia S. Bernardino di Giovan Francesco Romanelli (1612-1662) e il monumento funebre del card. Matteo Eustachio Gonnella (morto nel 1870). 

Nella stessa navata, si apre la cappella dei SS. Ilario e Valentino, progettata nel 1696 dall’architetto Giovan battista Contini e decorata da Ludovico Mazzanti, autore della tela con il martirio dei due santi posta sull’altare.

Francesco Ferranti detto l’Imperiali, che realizzò le tele con le scene del martirio dei due santi nelle pareti laterali (1740) e dal più modesto maestro viterbese Giovan battista Mari, autore degli Evangelisti nella cupola.

La scritta Faul nel pavimento è l’emblema dei quattro castelli (Fano, Arbano, Vetulonia e Longula) che secondo la leggenda inventata da frate Annio originarono la città di Viterbo al tempo dei Longobardi.

Tra le colonne che delimitano le pareti laterali, si conservano due piccole tele che si ritiene rappresentino i due SS. Patroni, le cui reliquie sono custodite in due teste d’argento poste in un’urna visibile dietro la porta metallica della parete sinistra. 

Nella medesima navata sono collocate, altresì, una tela di Marco Benefial raffigurante S. Lorenzo che amministra la Comunione, ed una di Vincenzo Strigelli (XVIII sec.), (1684-1764) con S. Bartolomeo (attualmente rimossa e posta nell’annesso Museo). 

Dietro l’altare maggiore si apre una porticina (generalmente chiusa) che immette nel cosiddetto Cappellone (Coro dei Canonici), eretto nel Cinquecento dal vescovo Sebastiano Gualterio e decorato con le superbe pitture di Giuseppe Passeri (1610-1689), in parte coperte dall’abside finto-medioevale eretta in seguito ai restauri seguiti ai bombardamenti del 1944.

Sul prezioso altare è posta la pala di Giovan Francesco Romanelli (1648) commissionata dal card. Brancaccio nel 1641, in cui è rappresentato S. Lorenzo in gloria

Nella navata sinistra ancora si conservano i resti delle murature della chiesa antica, nell’absidiola vi sono resti affreschi del XIV secolo raffiguranti tra l’altro i SS. Paolo e Pietro, al lato del quale compare un framento della graticola che documenta anche la presenza di S. Lorenzo.

Qui era esposta la tavola della Madonna della Carbonara (XII sec.) protettrice degli sposi e delle famiglia cristiane, anch’essa ricollocata nel Museo. Nella muratura è inserito un tabernacolo del XVI con la scritta Sacra Olea sec. S

ulla parete dopo molte peripezie è stato collocato il monumento funebre di papa Giovanni XXI (Pietro di Giuliano da Lisbona, 1271-1277 -il Pietro Ispano della Commedia di dante-). Il Pontefice venne eletto a Viterbo nel 1276 e morì l’anno seguente per il crollo della sua camera nell’adiacente Palazzo dei Papi. 

Nello spazio antistante, trovarono momentanea collocazione, secondo la tradizione le tombe di Alessandro IV (1261), Clemente IV (1268) e di Enrico di Cornovaglia (1271). 

Dopo la porta di accesso alla Sala Capitolare, sulla parete della navata sono collocate due tele: un S. Lorenzo (Benefial, 1684-1764) e il Beato Domenico Barberi (1792-1849) di anonimo. A metà della navata, si apre la cappella di S. Lucia, voluta dalla famiglia Bussi nel XVI sec. e decorata da Paolo Guidotti da Lucca agli inizi del Seicento. Sull’altare, una pregevole tela con la Madonna col Bambino e s. Lucia di Ludovico Mazzanti. Nella cappella è conservato anche un pregevole Crocifisso ligneo del XVII sec. 

Sulla porta di accesso alla sacrestia, ricca di una preziosa suppellettile lignea commissionata nel settecento dal cardinal Muzio Gallo, compare un medaglione marmoreo scolpito da Agostino Penna che raffigura il munifico committente (morto nel 1801). 

Proseguendo nella navata sinistra si ammirano la pregevole tavola datata 1472 (attribuita a Gerolamo da Cremona) con la raffigurazione del Redentore e i Santi Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, Leonardo e Pietro Martire e, una tela di Carlo Maratta (1625-1713) con S. Lorenzo e i poveri. Presso l’ingresso, sulla controfacciata, sono stati rinvenuti i resti di affreschi del XIV secolo tra i quali eccelle una Madonna in trono col Bambino.

Bibliografia: www.viterbo.artecittà.it

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