IL POZZO DI SAN PATRIZIO è uno dei capolavori dell’architettura del Rinascimento italiano, con 72 due finestroni interni e due scalinate elicoidali di 248 gradini ognuna che raggiungono, senza incontrarsi mai, la falda acquifera a 53 metri di profondità.
Il pozzo fu commissionato da papa Clemente VII nel 1527 all’architetto militare Antonio da Sangallo il giovane. L’architetto fece delle indagini metriche per individuare la falda acquifera sotto la rupe. Ci vollero ben 7 anni per realizzare l’opera, anche perché ci furono vari problemi da superare, come il rinvenimento di tombe etrusche, così come dei problemi legati alla friabilità della roccia tufacea.
Perché fu fatto il pozzo? Certamente, per l’approvvigionamento d’acqua, in caso di assedio. Però, gli orvietani avevano già dimostrato nei decenni precedenti di saper captare e di condurre l’acqua nei quartieri, con appositi impianti. Il pozzo in realtà si trovava in un punto marginale della città, scarsamente abitato e scomodo per la manutenzione. La sua posizione, nell’area della rocca, avrebbe garantito l’acqua al papa anche in caso di sommosse in città.
Clemente VII morì prima che l’opera venisse compiuta. Il pozzo chiamato per secoli il Pozzo della Rocca sarebbe stato portato a termine da Simone Mosca (1492-1554), durante il pontificato di Papa Paolo III (1468-1549).
Perché la denominazione Pozzo di San Patrizio? Nell’Ottocento il pozzo prese il nome di Pozzo o Purgatorio di San Patrizio, che si trovava, come già accennato, in un luogo isolato e dove si recavano i frati di Santa Maria dei Servi a fare penitenza. Il pozzo ricordava la caverna di San Patrizio in Irlanda, in cui, secondo la leggenda si trovava una voragine profonda che era l’ingresso del purgatorio.
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